Voltapagina

Silvia Ruotolo...solo dalla giustizia si può ripartire

"Ergastolo". Ergastolo per la seconda volta. Il verdetto è stato pronunciato ieri. E ha ribaltato l'assoluzione pronunciata nel 2004 dalla IV sezione della Corte d'assise d'appello.
Condannato al carcere a vita Mario Cerbone, uno dei cinque uomini del commando che l'11 giugno del 1997 doveva ammazzare Antonio Caiazzo, boss dell'Arenella e che invece uccise Silvia Ruotolo, 39 anni, che stava tornando a casa con il figlioletto, Francesco, di cinque anni. Sul balcone di casa c'era Alessandra, la figlia di Silvia.

La giustizia ha trovato i colpevoli. La quarta condanna, quella per Cerbone (condannato all'ergastolo nel primo processo, che in appello, aveva chiesto e ottenuto dalla Cassazione l'annullamento della sentenza per difetto di motivazione) è anche l'ultima. Ci sono già state le prime tre: ergastolo per il mandante dell'agguato, Giovanni Alfano, boss del Vomero, così come per Vincenzo Cacace, uno dei componenti del commando. Vent'anni sono toccati a Raffaele Rescigno. Ha scelto di collaborare con la giustizia invece Rosario Privato. Ora si è chiuso il cerchio con la sentenza del carcere a vita per l'ultimo responsabile: Cerbone.

Ma per un errore, per una sentenza letta male dall'avvocato proprio di Cerbone, oggi sulle pagine del Mattino è uscita la notizia contraria: "Assolto il killer di Silvia Ruotolo". La giornalista che ha scritto l'articolo, Rosaria Capacchione, è brava, attenta e tutt'altro che sprovveduta. E' stato il difensore del killer a interpretare male la sentenza. Quando il presidente della Corte di assise di appello ha letto il dispositivo ("è stata confermata la sentenza" ) lui ha pensato alla sentenza della IV sezione della Corte di assise d'appello del 15 aprile 2004 e non alla prima sentenza di condanna. Un errore banale, ma terribile, che ha fatto insorgere i vertici degli uffici giudiziari napoletani, ma che soprattutto ha causato dolore a chi invece, dovrebbe essere protetta, tutelata, riguardata. ,
Sul Mattino oggi è pubblicata, infatti, anche la lettera di Alessandra Clemente, la figlia di Silvia, che scrive:"Ho l'anima spezzata. Io, mio fratello Francesco, mio padre Lorenzo lo temevamo. Eppure, a soli due giorni dalla giornata di speranza al teatro San Carlo, mi sembra quasi una beffa. se, a 14 anni dalla morte di mia mamma, non tutti e cinque i responsabili sono condannati è perché nessuno, tra i tanti che videro, si fece avanti. Nessuno ha aiutato chi faceva le indagini. Ecco, è questo che mi fa stare più male: la cultura della rassegnazione diffusa, la continua delega agli altri. Tanto che ci posso fare io, tanto ci sono i poliziotti, i giudici. Gli altri. No, non si fa strada così".
Oggi, che la sentenza è stata spiegata e "ribaltata", penso ad Alessandra, che ho conosciuto tre giorni fa, al teatro San Carlo. Una ragazza bionda, occhi dritti, labbra morbide, un viso, dolce e volitivo, terribilmente simile a quello di Silvia.
«A Napoli chiedo di cambiare e di rinunciare alla sua rassegnazione. Ai napoletani di non pronunciare più la frase "Non cambierà mai niente, è tutto inutile"», ha detto Alessandra reggendo un microfono al centro della platea del San Carlo, cirdondata da migliaia di ragazzi. Piccola donna nel cuore di un teatro carico di energia grazia alla trasmissione live "Chi sono i nuovi Mille?", registrata live per "La Storia siamo noi", di Gianni Minoli. Alessandra quella mattina indossava un abito viola in teatro. Un dettaglio. Ma questo piccolo, forse insignificante, particolare mi ha attirato subito. Mi ha fatto intuire la tempra di Alessandra Clemente, che alle apparenze bada poco, perché ha qualcosa di urgente da dire, qualcosa di importante.

E' stato un errore Alessandra. Quella notizia errata è stata solo un brutto errore. La giustizia ha chiuso il suo cerchio. A volte (raramente) capita. Ed è una vittoria. O, forse, in questi casi "vittoria" non è la parola giusta...è morta un'innocente, tua madre...tu e tuo fratello siete diventati grandi con il dolore nel cuore e non con una madre accanto.... perciò è, in ogni caso, una sconfitta. Ma proprio per non cedere a "quell'omertà", a quella superficialità, a quell'egoismo, a quella cultura così diffusa nel nostro Sud di "lavarsi le mani", non bisogna mai abbassare la testa, anche quando tutto sembra perduto, quando ci si sente abbandonati, insultati, offesi. Solo dalla giustizia si può ripartire, proprio come ci insegni tu.

Voltapagina - Il Blog di Cristina Zagaria - 31 Marzo 2011